La Sirena di Tomoko Fait si presenta come una composizione densa e labirintica che evoca archetipi e simboli junghiani attraverso l’intricato intreccio di motivi, texture e forme emergenti. Realizzata in un registro prevalentemente bianco e nero con uso selettivo del colore, l’opera trascina lo spettatore in quello che appare come un paesaggio psichico, un analogo visivo dell’inconscio.
Al centro della composizione, una forma serpentina sembra intrecciarsi dentro e fuori da strutture concentriche simili a mandala, un’eco visiva diretta del concetto junghiano di uroboro, il serpente primordiale che divora la propria coda. Jung interpreta l’uroboro come simbolo del “ciclo dell’esistenza” e del “processo vitale indistruttibile” che racchiude insieme creazione e distruzione, rappresentazione della totalità dei processi inconsci (Jung, 1981a, pp. 213–214). Egli identifica inoltre il serpente come simbolo dell’energia psichica in trasformazione. Questo simbolo è ampio e complesso, articolato in tre tipologie fondamentali: il serpente ctonio, il serpente come simbolo del tempo e il serpente come simbolo di salvezza (Jung, 2017, p. 27).
Nell’elaborazione di Fait, questa figura serpentiforme — in realtà una Sirena — appare in prossimità di una forma circolare luminosa, resa in giallo, che oscilla tra le interpretazioni di sole e luna. Jung descrisse il sole come archetipo della coscienza e principio divino di illuminazione (Jung, 1981b, p. 52), mentre la luna come simbolo complementare dell’inconscio, dell’oscurità e della trasformazione (Jung, 1981b, p. 54). La loro giustapposizione suggerisce una dialettica degli opposti, espressione visiva della coniunctio oppositorum centrale nella teoria junghiana dell’individuazione.
Il titolo Sirena introduce un ulteriore livello mitopoietico. La sirena, figura liminale della mitologia mediterranea, incarna seduzione e pericolo, e può essere interpretata come manifestazione dell’anima (anima), l’archetipo femminile che media tra i regni psichici consci e inconsci (Jung, 1981b, pp. 14–15). Nell’opera di Fait, la sirena non è resa in forma rappresentativa, ma astratta in un campo di onde ornamentali fluide e linee ondulate. Questa scelta formale allinea la figura al dinamismo fluido dell’inconscio, che resiste a un’identità stabile e sottolinea la trasformazione perpetua. Un ulteriore parallelo può essere tracciato con le immagini visionarie dello stesso Jung nel Libro Rosso (2009, p. 245), dove egli raffigura il serpente che penetra un nucleo, immagine simbolica dell’inconscio e del processo trasformativo di integrazione psichica. In questo senso, la Sirena di Fait risuona non solo con archetipi mitologici, ma anche con l’esplorazione personale di Jung dell’inconscio, collocando la sirena come figura-soglia che al tempo stesso nasconde e rivela le profondità psichiche.
Le zone densamente decorate del dipinto evocano mandala, che Jung identificò come simboli archetipici della totalità psichica e dell’orientamento del Sé (Jung, 1989, pp. 196–197). Per Jung, i mandala emersero frequentemente nei disegni e nei sogni dei pazienti in momenti di crisi o trasformazione psichica, servendo come mappe simboliche dello sforzo della psiche verso l’ordine (Jung, 1981a, p. 373). I motivi concentrici e spiraliformi nella composizione di Fait suggeriscono precisamente questa funzione integrativa, mentre l’intreccio di forme organiche e geometriche richiama il gioco tra caos e ordine intrinseco al terreno dell’inconscio.
Oltre al contenuto simbolico, la Sirena risuona fortemente con la tecnica junghiana dell’immaginazione attiva. Jung sviluppò questo metodo per consentire all’inconscio di esprimersi attraverso immagini spontanee, spesso sotto forma di disegni o visioni. Egli sosteneva che tali immagini non fossero semplici decorazioni, ma espressioni vive della realtà psichica, un “dialogo con il mondo interiore” (Jung, 1989, p. 182). Le strutture ornamentali dense di Fait, che si dispiegano organicamente senza narrazione fissa, incarnano questo processo di lasciare emergere il materiale inconscio in forma visiva. In questo senso, la Sirena può essere vista non solo come opera compiuta, ma anche come manifestazione di un impegno psichico, in cui l’arte funge da ponte tra l’Io cosciente e le profondità archetipiche dell’inconscio.
Attraverso questa costellazione di motivi archetipici e la sua affinità con l’immaginazione attiva, la Sirena di Fait può essere intesa come una cartografia visiva della vita interiore. Unendo la risonanza mitologica della sirena al serpente uroborico, alla dualità solare-lunare, alla totalità mandalica e al processo aperto dell’emergenza immaginativa, il dipinto materializza ciò che Jung definì “immagini archetipiche di trasformazione” — costellazioni psichiche che mediano tra inconscio personale e collettivo (Jung, 1981a, pp. 170–171).
Il Dr. Louis Laganà PhD (Lough) è un accademico, curatore e artista praticante. Tiene lezioni su arte e psicoanalisi e arte per la salute e il benessere.
