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Arte di Tomoko

Questo dipinto dell’artista giapponese contemporanea Tomoko Fait si sviluppa come una complessa meditazione sulla psiche, in cui geometria, colore e simbolismo convergono per formare un cosmogramma visionario. Al suo centro si trova un occhio sorprendente e onniveggente, incorniciato da due crescenti radianti: uno in oro e l’altro in argento, circondati da intricati motivi mandalici e da sfere planetarie irradianti. L’occhio, archetipo universale, incarna coscienza e visione interiore; attraverso le tradizioni è stato venerato come porta verso la saggezza divina, dall’Occhio di Horus egizio al Terzo Occhio orientale. Posto al centro di questa composizione, esso significa un profondo atto di introspezione, un risveglio del Sé.

Carl Gustav Jung identificò il mandala come immagine primordiale che emerge spontaneamente dall’inconscio, spesso durante periodi di trasformazione psicologica. Egli scrisse: “Il mandala ha uno scopo conservativo, cioè di ristabilire un ordine esistente in precedenza. Ma ha anche uno scopo creativo, esprimendo un’evoluzione della personalità, un passo verso un nuovo centro della personalità, un piano superiore di coscienza” (Jung, 1964, p. 225). Questo dipinto incarna tale principio: le sue forme simmetriche e concentriche offrono una cornice stabilizzante a un tumulto di colori e spirali, riflettendo la tensione tra caos e ordine che accompagna l’individuazione. Come i mandala di Jung del periodo del Libro Rosso, quest’opera appare meno come decorazione che come un diagramma simbolico della psiche, una narrazione visiva del suo movimento verso l’integrazione e la totalità.

L’interazione dei crescenti dorato e argenteo introduce una dimensione alchemica, simboleggiando l’unione degli opposti: sole e luna, maschile e femminile, conscio e inconscio. Le sfere e le spirali circostanti evocano l’ordine cosmico, rafforzando l’osservazione di Jung secondo cui la struttura della psiche riflette quella dell’universo stesso. La tavolozza vibrante, psichedelica e al tempo stesso armoniosa, sottolinea ulteriormente la qualità visionaria dell’opera, trasformando il mandala in una meditazione dinamica piuttosto che in un simbolo statico.

Gli studiosi hanno a lungo osservato che i mandala, originari delle tradizioni buddhiste e induiste, fungono da “diagrammi psicocosmici”, mappando sia il macrocosmo dell’universo sia il microcosmo della mente umana (Tucci, 1961). Questo dipinto si inserisce in quella tradizione, ma parla con un linguaggio visivo contemporaneo, illustrando ciò che Snodgrass (1985) descrive come la “risonanza universale” del mandala, la sua capacità di trascendere i confini culturali e invitare alla contemplazione spirituale. Attraverso la sua geometria e densità simbolica, il dipinto funziona come specchio dell’inconscio collettivo, dove riemergono forme archetipiche e immagini mitiche. Invita lo spettatore a uno stato contemplativo, riecheggiando l’intuizione di Jung secondo cui i mandala agiscono come “contenitori” della trasformazione psichica. Qui l’arte diventa un ponte tra mondo interiore ed esteriore, rivelando il Sé, il centro unificante della psiche, come presenza luminosa. Non si tratta semplicemente di arte decorativa, ma di una profonda teologia visiva dell’anima, una mappa della coscienza che parla attraverso culture ed epoche, ricordandoci la ricerca senza tempo dell’umanità di significato e trascendenza.

Riferimenti

Jung, C. G. (1964). L’uomo e i suoi simboli. Londra: Aldus Books.

Snodgrass, A. (1985). La simbologia dello stupa. Ithaca: Southeast Asia Program, Cornell University.

Tucci, G. (1961). Teoria e pratica del mandala. Londra: Rider.

Dr. Louis Laganà PhD (Lough) è accademico, curatore e artista. Tiene corsi su Arte e Psicoanalisi e su Arte per la Salute e il Benessere.

Mob: +356 79265356

Email: louis.lagana@um.edu.mt